Repressió sense fronteres

Entre els molts moments esperpèntics i les amargues reflexions que ha suscitat el judici farsa al Suprem, dos elements m’han frapat especialment: un va ser la menció, per part del Trapero, dels «anarquistes de Gràcia» com un dels grups que la policia catalana vigilava perquè podien «donar problemes». El segon, que entronca amb el primer, és l’intent obstinat de construir una ficció jurídica anomenada «violència ambiental», per tal de justificar la imputació del delicte de rebel·lió o sedició.

Aquests dos fets ens recorden que la llavor de l’embat repressiu que patim, la criminalització de la que som objecte, no és característica exclusiva de l’opressor estat espanyol, si no que forma part de la cultura i les pràctiques de les nostres institucions. I també de la de partits de govern catalans i de bon nombre de tertulians (per ex. Rahola).

Ens voldrien dotats d’una memòria de peix, malhauradament per a ells no és així i som uns quants que recordem perfectament com la «nostra policia» aspirava a fer por per guanyar-se el respecte de la gent (cosa que diu molt del cacau ètic i de principis que tenen des de fa temps en els cossos mal anomenats de «seguretat»), alhora que creava enemics polítics interns a cops de muntatges (operacions Pandora etc.). Molts que no oblidem com les «nostres institucions» van batallar (amb diners encara més nostres) perquè el mateix tribunal suprem, que ara jutja polítics i gent d’ordre, condamnés per sediciosos els joves i les joves que s’havien manifestat al voltant del Parlament. Continua llegint

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Torri d’avorio e verità

Spesso rivendico, nei miei commenti alle narrazioni che troppo spesso ho visto circolare su media italiani di ogni tendenza, la necessità di priorizzare visioni dal basso. Non lo faccio in nome di una presunta superiorità morale che dà più diritto a opinare o più forza agli argomenti di chi si batte rispetto a quelli di chi sta a guardare.

È una semplice constatazione: dal basso si vedono cose di una realtà che dall’alto sono invisibili o che si distinguono male. È vero anche il contrario, per carità: dal basso spesso e volentieri manca la visione d’insieme, gli alberi nascondono il bosco.

Il fatto è però, oggi più che mai, che risulta abbastanza facile salir su a dare un’occhiata. Perché la gente che in basso si muove è appunto gente inquieta, curiosa, che può – e spesso lo fa – spingersi a guardare la realtà dagli stessi balconi in cui certi intellettuali, giornalisti, analisti, sono perennemente installati.

Non solo: nel loro itinerare, quelli del “giù” attraversano molteplici spazi che offrono altrettanto molteplici punti di vista. Chi si muove, insomma, la realtà la vede non solo dall’alto o dal basso ma anche da una infinità di prospettive diverse.

L’operazione inversa, cioè la discesa in piazza degli abitanti delle torri d’avorio, è certo anch’essa possibile, solo che sono in pochi quelli che la fanno.

Nella nostra storia recente, dalla comune di Parigi ad oggi, sono innumerevoli i casi in cui gli intellettuali (non organici alle classi in rivolta) hanno dimostrato una disarmante incapacità di capire che cosa stava avvenendo nelle società preda di rivolgimenti oggetto del loro interesse.

Eppure continuiamo, in tanti ambiti anche di sinistra, a conferire maggior credibilità, un implicito riconoscimento di obiettività e sempre rispettabilità ad opinioni partorite da elementi che al massimo han fatto un po’ di turismo o voyeurismo attraverso qualche movimento e che basano le loro descrizioni di un fenomeno sociopolitico su articoli, dichiarazioni di leaders o di opinion makerse e mai sulla densità d’interazioni (emozionali e razionali) che si vive nelle lotte, in manifestazioni, riunioni, azioni, assemblee, feste, commissariati, prigioni.

Se a questa limitazione aggiungiamo che una buona fetta di coloro che sulla realtà catalana pontificano sono in realtà personaggi in pefetta malafede, che i materiali (inchieste, studi, sondaggi, dati, comunicati, programmi di partito) li selezionano e manipolano ad arte, con il ricorso a tutti i pregiudizi e gli stereotipi necessari, in difesa di una concreta e non dichiarata posizione politica… allora risulta del tutto arbitraria e stupidamente irrazionale (perché vuoi farti spiegare qualcosa che non sai da qualcuno che non sa, né può, né vuole, saperla?) la scelta di chi li considera fonti autorevoli.

Attraverso i social network oggi è possibile comunicare direttamente, anche se i filtri sono comunque numerosi e fortissime le inerzie informative (oltre a quelle mentali ed ideologiche) che condizionano la diffusione delle proposte informative più conformiste, semplicistiche e favorevoli al mantenimento di uno statu quo sempre rassicurante per gran parte del pubblico.

Questa situazione, oltre ad essere evidentemente nociva per la causa di tante catalane e catalani che quotidianamente si scontrano, oltre che con la repressione, con la menzogna usata come arma per isolarli e metterli alla berlina, è un oltraggio per chi cerca davvero di capire le ragioni, i perché e i come di uno dei più grandi (in percentuale di società mobilitata) movimenti che si sono registrati negli ultimi decenni in Europa occidentale.

Diamoci una mossa e costruiamo di nuovo controinformazione1229814_704130316267537_1028849728_n

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CARTOLINA ALLA SINISTRA CHE NON C’È

La Catalogna e la “sfida indipendentista” sono scomparse dall’agenda mediatica e quindi anche dal dibattito politico.

Resta, nella sinistra italiana, la tranquillizzante immagine di una delle tante realtà di cui non vale la pena preoccuparsi, costruita attraverso le informazioni ricavate dalla stampa ufficiale – che a sua volta le riprende dalla stampa spagnola (nel senso di madrilena e centralista) – o al massimo attraverso analisi partorite da esponenti della socialdemocrazia perbenista e conformista distaccati in Spagna.

Un movimento identitario, nazionalista, borghese ed egoista. Che come la Lega vuole che una regione ricca si tenga per sé i suoi soldini. Una storia di bandiere e di nuove frontiere. Ma che brutto! Invece di fare la repubblica spagnola, con il No pasarán e la Pasionaria e Per chi suona la campana di Hemingway. Invece di appoggiare le sinistre al governo della nazione solidale e fraterna che potrebbe essere la Spagna, dove ci sono tanti repubblicani e il 15 M e Podemos.

Un quadro confortante nella sua semplicità. In fondo Barcellona è un un bel posto per andarci in vacanza o d’Erasmus o per aprirci una pizzeria, che cos’è ‘sta stupidaggine delle bandiere ai balconi o delle manifestazioni che bloccano la città? Che è ‘sta cretinata di rivendicare una lingua propria quando ne hai a disposizione una che è quasi universale?

Repressione? Un intero governo, eletto democraticamente da un parlamento sovrano secondo tutti i crismi di una democrazia rappresentativa, è in galera con accuse da vent’anni o in esilio in mezza Europa. I segretari delle due principali associazioni del paese in carcere da un anno accusati di ribellione per esser saliti su di una macchina della Guardia Civil. 700 sindaci inquisiti, migliaia di multati, processati, migliaia di pestati dal 1º ottobre in poi in una infinità di manifestazioni, aggressioni fasciste a decine, minacce, scritte naziste ovunque… Tutto questo contro un movimento che non ha fatto volare una sola pietra, non ha rotto una sola vetrina, non ha lanciato un solo coktail molotov. E non per mancanza di radicalità, ma per decisione collettiva condivisa e accettata con una disciplina di massa incomprensibile in una società individualista come quella italiana.

Ma, per la sinistra del bel paese, a quanto pare, niente di che! C’è chi sta peggio! E in fondo la legge è la legge, no? C’è la costituzione, un assetto istituzionale omologato… e poco importa ormai se la monarchia la instaurò Franco, se i tribunali speciali che giudicano i dissidenti li creò Franco, se la Costituzione fu scritta dai ministri di Franco e dai futuri occupanti di poltrone d’opposizione sotto lo sguardo vigile dell’esercito (di Franco). Come suol dirsi: chi ha auto ha auto, chi ha dato ha dato! scurdammuce ‘o passato!!

Insomma dura lex sed lex, a prescindere da chi la lex l’abbia fatta. E se gli spagnoli non hanno avuto il culo di essere “liberati” nel 45 dagli alleati e si sono dovuti ingoiare 40 di dittatura e poi altri 40 di monarchia a noi che ce ne frega.

E così via snobbando, fra uno stereotipo e un pregiudizio, il movimento per l’indipendenza viene gettato dalla sinistra italiana (o da quello che ne resta) nella spazzatura della cronaca.

Va bene così, per carità, tutto logico e normale in un paese che fino agli anni sessanta e come repubblica democratica antifascista si fece pagare dal regime nazional-cattolico spagnolo le bombe buttate dall’aviazione legionaria (700 aerei, 4500 morti in bombardamenti) in testa alla popolazione civile spagnola e in particolare catalana (Barcellona fu la prima grande città sottoposta alla tecnica del bombardamento a tappeto) e che finora non ha chiesto manco scusa.

Però, almeno per quei settori, infinitesimali più che minoritari, che ancora rivendicano un ruolo critico nei confronti del sistema socio-economico-culturale imperante in questa parte del mondo, uno schifo di lettura come questa dovrebbe esser insufficiente ed insoddisfacente. No?

Quando il dito indica la luna, solo lo sciocco guarda il dito.

Uno slogan della sinistra indipendentista può servire come chiave interpretativa, parziale certo, ma non campata in aria: “indipendenza per cambiare tutto”.

Il 1º ottobre c’è stata la più grande – anche per complessità logistica, tecnica ed organizzativa – manifestazione di disobbedienza civile pacifica avvenuta in Europa dal dopoguerra ad oggi (più di due milioni di persone in un paese di 7 milioni di abitanti parteciparono al referendum nonostante il divieto e la mobilitazione di tutti gli apparati dello stato).

Il soggetto.

Prima di tutto: quantitativamente i partiti indipendentisti sommano il 48%, mentre quelli unionisti non hanno mai superato il 46%. Mente quindi chi parla dell’indipendentismo come “minoritario”: l’unionismo lo è di più. Oltre a questo dato ci sono le inchieste che, ormai da tempo mostrano che molto più della metà della gente catalana vuole un cambiamento dei rapporti con lo stato spagnolo (in senso indipendentista o federalista) e che comunque rivendica il diritto del popolo catalano a decidere il proprio futuro.

Dal punto di vista sociologico si tratta di un movimento interclassista, comunque a forte base popolare. In cui per una volta confluiscono settori urbani e della Catalogna rurale (definiti spregiativamente “trattoristi” dalla destra unionista).

Va sfatato il mito che si tratta di un movimento inspirato dalle classi più agiate e a cui non partecipano i settori sociali figli dell’immigrazione. Gran parte dell’indipendentismo ha cognomi come Gomez, Fernandez, Garcia, Baños. Chiunque viva in Catalogna ed abbia un minimo di onestà può toccar con mano il carattere meticcio del movimento repubblicano.

È semplice: una parte consistente, e la gran maggioranza di quella mobilitata ed attiva socialmente, della popolazione catalana aderisce a un progetto di distacco dallo stato spagnolo COME MEZZO PER RISOLVERE L’ASFISSIA A CUI SI SENTE SOTTOPOSTA DA UN ASSETTO STATALE PESANTEMENTE CONNOTATO DAL FRANCHISMO E DAL GRANDE CAPITALE (ANCHE CATALANO).

All’interno del movimento si va da quelli che vorrebbero un piccolo Belgio ma in repubblica, a quelli del “nostra patria è il mondo intero, nostra terra la libertà” (ma che hanno capito che, per arrivarci, rompere le attuali strutture nazionali è un passaggio obbligato). In comune c’è l’accordo per un approfondimento democratico della società e delle istituzioni catalane, la priorità per gli aspetti sociali (variamente declinata), l’antifascismo e il consenso sullo svolgimento di un processo partecipativo popolare per l’elaborazione della futura costituzione catalana.

Ha luogo uno scontro fra legalità (quella della monarchia borbonica instaurata da Franco) e legittimità (la volontà di una parte della popolazione di votare in un referendum in buona e dovuta forma che le consenta di sentirsi considerata soggetto politico e non semplice oggetto di politiche più o meno reazionarie).

Dietro la disobbedienza si apre varco una idea di democrazia rappresentativa  in cui l’eletto non è più colui che convince l’elettore a “comprare” il proprio programma o la propria gestione, ma il rappresentante tenuto a obbedire al mandato popolare. Rappresentante di una parte della popolazione democraticamente matura, che vuole esercitare il proprio “diritto a decidere”, non a scegliere fra un limitato ventaglio di opzioni politiche. E riprendono carta di cittadinanza posizioni riprese da un passato rivoluzionario, di democrazia diretta, di autogestione.

Le forme di organizzazione.

Solo una sinistra orfana di ideologia e ideali può trascurare l’importanza delle forme organizzative di un gruppo sociale, classe o comunità che sia.

Il movimento indipendentista catalano ha una fortissima connotazione assembleare: negli stessi partiti (la CUP ed ERC si definiscono assembleari, e la CUP se lo prende abbastanza sul serio), nelle grandi associazioni di massa (Omnium – 130.000 soci, ANC – oltre 40.000 -), in organizzazioni settoriali (Pompieri per la Repubblica, Sanitari per la Repubblica, Insegnanti per la Repubblica ecc.), sindacati o assemblee di quartiere come i CDR (attualmente circa 300 assemblee locali presenti in tutto il territorio ed all’estero. Nel novembre dell’anno scorso riuscirono a bloccare da soli il principato).

È un movimento immenso di autoorganizzazione – soprattutto se si tengono presenti le ridotte dimensioni del paese -, che non è spuntato dal nulla ma che ha le sue radici in una società dotata storicamente di grandi capacità di organizzarsi (solo a Barcellona ci sono 4.780 enti, 555.350 persone associate e 134.130 volontari).

Programma politico.

Qualche deficiente ha accusato il movimento indipendentista di non avere programma politico, confondendo politica con quei mix di lettera alla befana e spot pubblicitario che sono i programmi elettorali dei partiti. Qui si tratta nientedimeno che di definire l’articolazione di nuovi rapporti sociali ed economici attraverso un processo costituente che sarebbe occasione di confronto d’idee e proposte, ma anche spazio di conflitto dove riconfigurare le relazioni di forza fra i settori sociali popolari, quelli più progressisti e i difensori delle varie élite. E la sinistra radicale di qui partirebbe in buona posizione, come già dimostrano la pratica e i dibattiti che attraversano gran parte del movimento: dalla partecipazione alle lotte sociali di CDR ed EI (sinistra indipendentista) per il diritto alla casa, per i servizi pubblici e un lunghissimo eccetera, alle leggi progressive approvate dal governo indipendentista e cassate (via Costituzionale o via approvazione di controleggi alle Cortes), alle manifestazioni per rifugiati, al femminismo, fino alla collocazione a sinistra dell’elettorato indipendentista (la maggioranza dei votanti dell’ex CiU si considera socialdemocratica).

Contenuti.

Per sfatare l’accostamento con i nazionalismi tradizionali (quello italiano compreso) basterebbe fare un ripasso ai contenuti di documenti, slogan, articoli, dichiarazioni, iniziative d’ogni tipo: democratizzazione di istituzioni, opposizione al capitalismo globale (l’ANC, abbastanza moderata, ha lanciato una campagna di boicottaggio contro tutte le grandi imprese dell’IBEX 35- la borsa spagnola), difesa dei diritti degli immigrati e rifugiati, promozione del cooperativismo, affermazione della laicità dello stato, antifascismo in tutte le sue varianti, recupero della memoria storica della Repubblica dei vinti, non rinuncia radicale alla conflittualità di classe (come stanno dimostrando in questi giorni gli scioperi di pompieri, medici e personale sanitario, maestri, studenti).

Insomma è una situazione – nonostante la repressione, la gigantesca campagna mediatica e diplomatica, l’ombra dello squadrismo, l’isolamento internazionale, la persecuzione giudiziaria – di grande effervescenza e di grandi opportunità di cambiamenti sociali e politici in senso emancipatore.

Non è colpa di nessuno se nel resto della Spagna questa “sfida” allo statu quo non ha suscitato una risposta all’altezza e il movimento repubblicano continua ad essere soffocato da un clima politico e sociale molto segnato dall’ultranazionalismo e dal conformismo. E sennò basti guardare ai risultati elettorali: i 3 partiti che rappresentano la continuità del regime del 78 che blinda i privilegi (ed abusi) delle classi dominanti spagnole e del capitale internazionale e che in Catalogna, sommati, non raggiungono il 46%, hanno avuto quasi il 70% dei voti alle ultime elezioni alle “Cortes” (al Senato il PP ha maggioranza assoluta). Semmai è merito proprio della crepa aperta dalla sfida catalana nel muro omertoso della “transizione perfetta” il fiorire in quartieri ed università di molti punti dello stato d’iniziative di referendum autogestiti sulla monarchia ed altre iniziative di rimessa in causa dell’attuale sistema borbonico.

Insomma, invece di lanciare perentorie accuse di “non essere qualcos’altro” a chi si sta muovendo, una sinistra che abbia una volontà di divenire alternativa a livello nazionale ed internazionale dovrebbe cercare col lanternino esempi di “buone pratiche”, spunti ed alleati fra i movimenti che lottano per superare ogni tipo di oppressione. Per non parlare del dovere morale di non rimanere impassibile di fronte alla repressione, alla persecuzione ideologica ed al risorgere della bestia fascista.

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I CDR del Mundo

 

Nel quadro della campagna orchestrata dai media del regime spagnolo del 78,  volta a criminalizzare uno dei fenomeni più interessanti sorti dal movimento per l’indipendenza della Catalogna, può succedere che – come in questo articolo – il giornalista in piena foga inquisitoria finisca per dare troppo spazio alle proposte politiche di questa rete di assemblee che si estende su tutto il territorio catalano. E che con i suoi maldestri commenti, non riesca a celare il loro contenuto di radicalità democratica… potenzialmente sovversivo.

I CDR premono  su Torra con una Costituzione ‘del popolo”

INDAGINE

 

I Comitati per la Difesa della Repubblica (CDR) stanno promuovendo un processo costituente in Catalogna con la volontà d’influenzare i partiti di governo e separatisti affinché diano applicazione alla presunta vittoria dell’indipendenza nel referendum illegale del 1º ottobre 2017. Il loro obiettivo ultimo è la realizzazione di una Costituzione che rifondi l’intero sistema politico stabilito in Catalogna, ad opera della cittadinanza – chiamata anche ‘popolo” – contrallata da loro, che si attribuiscono “un ruolo di vigilanza e supervisione” delle istituzioni.

Il cosiddetto Gruppo Nazionale di lavoro del processo costituente ha prodotto un documento che è stato distribuito tra i membri di oltre 200 CDR in cui assicurano che formulano “questa proposta perché il governo e i partiti indipendenti non rispettano le loro stesse leggi.”

Le leggi presuntamente tradite dal governo a cui si riferiscono i CDR sono, per cominciare, quelle approvate l’8 settembre 2017, di transitorietà giuridica e di fondazione della Repubblica. Una mancanza inaccettabile per coloro che sostengono che il loro primo obiettivo è “la difesa e la costruzione della Repubblica catalana”, prima della (o precedente la N.d.T.) “difesa dei diritti umani” e l’apertura del processo costituente.

L’obiettivo di questa iniziativa è di elaborare una nuova costituzione basata su un “sistema di democrazia partecipativa che faciliti il ​​controllo della popolazione, sovrana, sulle fonti di potere che  debbono essere sotto il suo comando”.

Secondo i radicali il sistema dovrà essere riconfigurato da assemblee popolari

Per raggiungere gli obiettivi, il gruppo di lavoro nazionale del processo costitente ha elaborato tutta una metodologia e previsto una serie di fasi.  Le chiamano “fase di empowerment”, “fase di legittimazione” e “fase istituzionale”. Quando parlano di “empowerment”, si riferiscono al modo di mobilitare i cittadini perche “comincino” ad agire come un soggetto politico attivo.

“Dobbiamo creare una società dotata di una cultura politica e di risorse che consentano di intervenire politicamente in modo partecipativo e politico al di là del processo [d’indipendenza N.d.T]”, sostengono. Visto che si tratta di rendere “più forte la cittadinanza”, occorre predisporre meccanismi di convalida delle decisioni via via adottate nel corso del processo costituente, come consultazioni o referendum su di una pluralità di tematiche.

I CDR, in realtà, pretendono una sostituzione degli spazi in cui vengono prese le decisioni. Ad esempio, vogliono articolare un tavolo politico dove siederebbero, “in un primo momento” enti come l’ANC [Assemblea Nazionale Catalana, decine di assemblee locali e 40.000 iscritti, N.d.T.], Omnium [Ente culturale sorto in difesa della lingua e cultura catalana. 115.000 iscritti. I presidenti delle due associazioni sono in carcere da più di un anno accusati di “ribellione” N.d.T.] e le forze indipendentiste presenti in Parlamento, ma chiariscono che, pur considerando prioritario i lavori di questo tavolo,  il loro rapporto “non è [ad esso] subordinato”. Per i CDR la vera forza l’avranno i cosiddetti “gruppi di lavoro” formati da consigli settoriali controllati dai comitati, che tratteranno  “ambiti di sovranità e tematiche” e modelli di stato.

Si proclamano come unici fiscalizzatori delle istituzioni perché siano fedeli al popolo

Nel primo capitolo si va dalla “Repubblica femminista” ai “diritti vitali (dalla morte dignitosa al diritto alla casa), alla sessualità, al genere LGBTI, dal sistema giudiziario e penitenziario ai diritti del lavoro.” La seconda sezione riguarda fra l’altro la riprogettazione dei diversi meccanismi di rappresentanza politica, la creazione di una Nuova Banca della Repubblica e la regolamentazione bancaria.

Quindi non si tratterebbe solo di proclamare la Repubblica, ma di rifondare l’intero sistema politico in Catalogna, definire il tipo di repubblica che si vuole creare, secondo la volontà della cittadinanza organizzata e stimolata dai CDR attraverso conferenze, dibattiti e mobilitazioni .

Dopo la fase di “empowerment” verrebbe quella di “legittimazione”: “Il momento in cui si verificheranno le condizioni sociopolitiche che porteranno alla finalizzazione del processo costituente”. In quest’ultima fase infatti subentrerebbero le istituzioni, che interverrebbero solo quando “il popolo” avrebbe già deciso i termini del progetto definitivo di Costituzione.

I cittadini parteciperebbero infatti alla sua stesura e i CDR ne sarebbero i supervisori e garanti. “Ci trasformeremo in guardiani della fedeltà delle istituzioni politiche alla volontà popolare adottando un ruolo di sorveglianza e supervisione di tutte le iniziative intraprese”

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Antiavalots?

Ja fa massa temps que s’ha normalitzat el vici, entre periodistes i per tant la ciutadania, de considerar la versió policial dels fets com la vertadera o si més no la més equànim. I això malgrat les reiterades i contundents desmentides que regularment el temps s’encarrega de donar.

El cas de les actuacions d’antidisturbis és emblemàtic: sempre carreguen perquè hi són obligats, devant de comportaments agressius de manifestants que posen en perill etcètera.

I, d’aquesta manera, una ampolla o una pedra llençada per qui sap qui i acabada ves a saber on, esdevenen casus belli, raó suficient per carregar i estomacar a cops de porra, patades i algun pilotasso a tort i a dret.

La realitat és que tenim el cos d’antidisturbis  més ploramiques, delicat i susceptible del mon que, pel que sembla, no considera ni de lluny que la seva missió i funció sigui evitar que una protesta o una festa rave (fixeu-vos com per a la nostra administració mereixen, per cert, el mateix tractament l’exercici d’un dret fonamental – reunió i manifestació-  i una bretolada de massa de seguidors borratxos d’un equip de futbol) acabin malament desescalant tensions amb la seva presència, si no demostrar als enemics que el carrer és seu, al preu que sigui.

Al llarg de la meva vida de militant he vist policies esquivar flamarades de coctels molotovs i quedar-se inmòvils mantenint la posició, o retrocedir quan el seu cap era prou intel·ligent per veure que una càrrega hauria provocat més danys dels que es pretenia evitar.  Perquè representa que la policia en un país democràtic (i se suposa que encara més en una república in nuce) hauria de regir-se per aquest principi bàsic i senzill, a costa fins i tot – que per això són professionals entrenats i pagats – de posar a risc la seva incolumitat física.

Ahir, per enèsima vegada vam veure com una colla d’homenots amb armadures high tech, porres i pistoles es van desfogar atacant i bastonejant gent que es manifestava contra la presència de feixistes als carrers de la ciutat. O sigui que feia la feina que en un país civilitzat hauria de fer la policia. Van pegar, empényer, tirar al terra manifestants. Tot perquè es veu que algú li havia llençat no se què que havia acabat no se on… No perquè hi havia perill per la vida o la incolumitat d’un vianant, o del gos d’un vianant. Ni perquè s’estaven creant riscos per l’exercici dels drets d’altres ciutadans. No, van carregar perquè algú li havia llençat alguna cosa a ELLS.

No és banal. Al darrera d’aquest comportament i de la normalitat amb que és acceptat hi ha una concepció de l’autoritat i dels seus representants no com quelcom emanat i al servei de la ciutadania, si no com a poder superior als que hem de submetre’ns, una concepció que fa que qualsevol estridència per part nostra en els contactes que tinguem amb representants de l’estat (sobretot els armats) sigui vista com un acte de lesa majestat.

Si volem de debò caminar cap a un nou país on la gent tingui protagonisme i jo no siguem súbdits el primer i urgent pas és la dissolució de la BRIMO i de la concepció d’ordre públic que és encarregada de defensar.

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Demagògues del 155

A una tertúlia de Catalunya radio on es parla del Jordi i de l’absurditat jurídica d’una acusació de rebel·lió sense violència, la representant del bloc del 155, impecable en el seu paper de botxí que es fa la víctima (“és injust, tothom em té mania i em fan la vida impossible perquè vull que es compleixi la llei, són una colla de nazis”) escup als presents i al sofert públic: “com que no hi ha hagut violència?”.

Però, en lloc de repetir 200 vegades en un crescendo de decibels que de violència n’hi-va-haver-i-tant-que-si-i-menteix-qui-ho-nega, que sol ser l’estratègia comunicativa de la seva casta, es va llençar en una explicació que, malgrat la sorpresa, vaig poder aproximativament retenir: “com ens ensenya el moviment feminista (!) perquè hi hagi violència no cal que la víctima sigui amenaçada amb una arma, ni forçada amb brutalitat, ni copejada o agredida, n’hi ha prou amb la intimidació, l’amenaça implícita en la superioritat física del violador o abusador. Per tant és evident que en els fets del setembre i octubre catalans encara que no hagin sonat trets, ni volat còctels molotov, ni cremat bancs o contenidors, l’enorme massa de gent mobilitzada havia provocat una situació de coacció contra la víctima/estat de dret que es va sentir amenaçada…”.

Per sort la lletrada 155era no va abundar en l’argumentació cantant les lloances de la víctima/ estat de dret que, tot i l’amenaça coactiva a la que s’havia vist exposada, no havia cedit a les abusadores intencions de la massa agressora i havia reaccionat repel·lint l’atac.

En un altre país i en un altre moment aquestes declaracions, barreja metzinosa d’ignorància i mala fe, haurien merescut fermes invitacions a sortir i anar al racó de pensar o a la merda, segons el tarannà del programa. Però en el mon en que vivim de realitats virtuals o inventades, on van desapareixent una a una com en un conte de l’Agatha Christie les regles de coherència, honestedat i de la mateixa lògica, el rigor sembla ja no tenir-hi cabuda.

Tanmateix considero molt greu que a la redacció del mitjà no hagués petat la centraleta per l’allau de trucades de feministes, indignades per l’ús abominable que de les seves teories acabava de fer la senyora. Gravíssim que la xarxa no es saturés de missatges de docents o activistes escandalitzats per l’inaudit estupre conceptual acabat de perpetrar.

NI que ningú digués: “La coacció, colla d’orangutans, es pot definir violència quan hi ha una violència real sistèmica, estructural i aterradora al darrera! És el cas del patriarcat, amb els seus segles d’història de cosificació i opressió de la dona i del diferent, és el cas del capitalisme, sistema en el qual la classe dominant té el poder de decidir si demà la teva tribu menjarà o serà exterminada, és el cas de l’estat, que té al darrera de cada una de les seves accions una maquinària ben engreixada amb armes, policies, exèrcits, jutges, presons, o de les religions, amb els seus mil·lenaris currículums de violència física, psicològica, social.

NO és el cas del manifestant, del vaguista, del dissident, que només tenen la pròpia força en la determinació i la solidaritat. Que no tenen armes, si no el seu número, la seva massa, les seves raons, per oposar-se a la força dels poderosos. Que no volen imposar res, si no reivindicar drets i llibertats.”

Que una fanàtica protegida per marcs constitucionals i tota la parafernàlia armada d’un estat, tingui la barra de manipular sense escrúpols la realitat i el missatge d’un moviment emancipador com el feminista no m’estranya gens, el que m’indigna és la passivitat, l’acceptació ja generalitzada, a vegades resignada a vegades complaent, d’aquestes practiques d’infàmia discursiva.

Davant del feixisme i de la seva demagògia que intenta expropiar-nos fins i tot del nostre pensament, ni un pas enrere!

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